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Le macchine non si devono mai fermare

2021-04-19 11:45

Samantha Di Laura

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Le macchine non si devono mai fermare

"Se a 20 anni sei andata da sola per nove mesi a Damasco per imparare l’arabo, puoi apprendere anche questa professione”...

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Oggi volevo continuare ad approfondire le caratteristiche del manager del terzo tipo ma, sull’onda dei ricordi, mi sono trovata ad approfondire alcuni aspetti comuni a tutti i buoni manager, di qualunque tipo essi siano. Non posso che partire, quindi, dal primo grande manager che ho incontrato sulla mia strada.

 

Ho iniziato a lavorare a 25 anni, subito dopo la laurea a Ca’ Foscari, grazie ad una felice intuizione di Mario Francese allora, come oggi, CEO di Euricom.

 

"Se a 20 anni sei andata da sola per nove mesi a Damasco per imparare l’arabo, puoi apprendere anche questa professione”, disse e mi catapultò in un programma di formazione intenso, dalla segreteria alla logistica, dalla produzione al laboratorio. Mi invitava ad assistere anche alla presentazione dei tender per la Libia, la domenica mattina; io ero sempre presente e curiosa, affascinata dal nuovo mondo che mi si apriva davanti.

 

Il signor Francese era all’epoca, indubbiamente, un manager del secondo tipo: all’americana, per intenderci, determinato, preciso, metodico, impeccabile, duro e, a volte, spietato. Non stava simpatico a molti, diciamocelo, e neanche, probabilmente, gli interessava piacere, per lo meno non a noi. Portava risultati ed era bravissimo ad organizzare il proprio team affinché anch’essi rendessero al meglio.

 

Sapeva come motivare le persone o, per lo meno, sapeva come motivare me. Io ero giovanissima ed era la prima volta che mi confrontavo con un’esperienza lavorativa così importante e dura, sebbene in precedenza avessi fatto diversi lavori per mantenermi all’università. Avevo una vita un po’ spericolata, per citare Vasco, come quella dei film. Ero giovane ed eterna e, spesso, facevo tardi la sera anche durante la settimana. Per ben tre volte non ho sentito la sveglia al mattino e sono arrivata in ritardo in ufficio. La terza volta, in portineria, mi attendeva la sentenza: “Il sig. Francese ti vuole vedere, subito”.

 

Ho fatto le scale con le gambe di piombo, immaginando ad ogni gradino il cazziatone, duro e sferzante, che mi sarebbe arrivato e preparandomi a reggere l’onda d’urto in silenzio. Ero in torto marcio.

 

Gli sono bastati due minuti. Mi ha chiesto se stavo bene, non ha voluto sapere perché ero in ritardo e poi ha pronunciato le parole magiche: “Per me è indifferente se arrivi prima o dopo, l’importante sono i risultati; accettarlo però sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti degli altri colleghi: anche loro sono stanchi al mattino, ciononostante arrivano qui puntuali e trovo rispettoso nei loro confronti che lo faccia anche tu”. Aveva mosso la leva giusta, il rispetto per le persone: fine dei miei ritardi.

 

Perché parlo di un manager del secondo tipo in un post in cui pensavo di descrivere un po’ più a fondo i manager del terzo tipo? Perché ha riconosciuto un mio talento, mi ha seguita, mi ha formata, mi ha difesa dagli attacchi – anche dei colleghi - e infine, suo malgrado forse, ha soffiato vento nelle mie ali, permettendomi di essere ciò che sono ora.

 

Lo cito talvolta, quando si parla della gestione delle risorse umane: cito spesso la sua meticolosa organizzazione, le riunioni del lunedì mattina per definire gli obiettivi e le priorità della settimana, e il suo “le macchine non si devono fermare”, ripetuto come un mantra. Anche il manager del terzo tipo è orientato ai risultati, non dimentichiamolo mai.

 

Il sig. Francese metteva anima e corpo nel suo lavoro (io almeno l’ho sempre visto così). Ciò gli conferiva irrimediabilmente - forse contro la sua volontà - qualche sfumatura del manager del terzo tipo, una leggera contaminazione. A distanza di oltre vent’anni me ne ricordo ancora e gliene sono grata.

 

Per il manager del terzo tipo infatti la formazione, lo sviluppo del talento e il benessere dei collaboratori sono pilastri fondamentali del fare impresa. Assieme al fatto che le macchine non si devono mai fermare, ça va sans dire.

“Nella foto la campagna vercellese a maggio, quando le risaie vengono allagate. Da piccola lo chiamavo il "mare a quadretti", forse per sentire un po’ meno la nostalgia di quell’altro mare a cui, da sempre, appartengo: il Mediterraneo”.

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