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Manager del terzo tipo

2021-04-15 09:00

Samantha Di Laura

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Manager del terzo tipo

Ecco, il manager del terzo tipo è la crasi e l’evoluzione del manager del primo e del secondo tipo. Senza di loro non esisterebbe.

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Paola Caridi è stata la prima a definirmi una manager del terzo tipo. Ho sorriso: “E gli altri, il primo e il secondo, chi sono? “.

 

“Collocherei il manager del primo tipo nella scia dei grand commis di Stato. Italiano vecchio stampo, aziendalista fino al midollo, depositario di segreti e scheletri nell’armadio ma anche capace di grandi mediazione. Poi c’è il manager del secondo tipo che conosci fin troppo bene, quello rappresentato in tanti film americani, spietato, senza scrupoli, motivato dal profitto e dall’appagamento del proprio ego. Niente di buono da dire, come invece si potrebbe fare per il primo tipo. Il secondo tipo, secondo me, è il tipico prodotto del capitalismo neoliberale o neoliberista che ci ha trascinato in questo disastro globale”. 

 

Ecco, il manager del terzo tipo è la crasi e l’evoluzione del manager del primo e del secondo tipo. Senza di loro non esisterebbe.

 

Come tutti i manager infatti è pragmatico, preparato e attento ai risultati; questo, del resto, è il suo lavoro. Il suo primo scopo è quello di far crescere la società per cui lavora.

 

Per il manager del terzo tipo però la parola società è intesa nel suo significato più lato. Il suo obiettivo è far crescere il business e gli utili dell’azienda e, allo stesso tempo, fare in modo che questa crescita sia sostenibile, e contribuisca realmente al miglioramento delle condizioni ambientali, sociali ed economiche del territorio in cui opera.

 

Pur seguendo le regole del business e del profitto, fa in modo che quest’ultimo crei lavoro e benessere.

 

Quanto a me, che così vengo definita, l’attenzione per gli altri fa parte del mio DNA, mi è stata trasmessa dalla mia famiglia e dalla mia educazione. Dedicarsi al mondo, renderlo più bello, ascoltare, sviluppare i talenti degli altri, e mettere a disposizione i miei,  è il mio pane quotidiano. Solo che ho imparato che posso farlo tramite la crescita delle aziende per cui lavoro.

 

Quando? All’inizio degli anni 2000. Ero già una giovane manager in una grande multinazionale alimentare, mi trovavo in Senegal con degli amici che lavoravano per diverse ONG. Li ammiravo molto. Loro sì che lavoravano per il bene comune, mentre io, cosa facevo? Facevo arricchire azionisti, fondi e banche. Mi sentivo un po’ in difetto, meno brava, meno coraggiosa.

 

Una sera, mentre a piedi nudi attraversavamo un villaggio situato in un altro luogo e in un altro tempo, espressi questo mio sentire ad alta voce. Mi rispose un ragazzo svizzero, di cui non ricordo neanche il nome: “Ti sbagli, Samantha. Lavorare nel profit è altrettanto importante che lavorare nel noprofit. Pensa a quante persone hanno un lavoro grazie a ciò che fai per la tua azienda. Considera gli investimenti che vengono fatti in ricerca e sviluppo. Il mondo può diventare un posto migliore proprio perché vi è una sana concorrenza tra le aziende che, certo, parte dalla necessità di fare profitto ma, se indirizzata bene, può essere molto, molto più utile del noprofit”.

 

È stata la svolta. Da quel momento ho messo nuova energia e consapevolezza nel mio lavoro - nella mia missione - con l’obiettivo di crescere e portare risultati, non solo perché mi piace sentirmi brava in ciò che faccio, devo ammetterlo, ma anche per contribuire a creare nuovi posti di lavoro, nuovi stabilimenti, nuovi sogni, nuove case da acquistare, auto, figli, progetti di vita.

 

Quando, nel 2015 ho deciso di fondare la mia azienda in Sicilia – e non in Piemonte dove sarebbe stato molto più semplice – mi sono chiesta come avrei potuto contribuire a creare benessere e posti di lavoro. Non avendo grandi capitali da investire la risposta è stata semplice: facendo crescere le aziende sane del territorio. In questi sei anni, in maniera diretta o indiretta, ho contribuito a creare opportunità per Claudia, Pia, Francesca, Marisa, Sergio, Giusy, Samantha, Stefania, Nino, Vincenzo… e ne sono felice.

 

Nella foto in alto un paesaggio nei pressi del lago Retba -il lago Rosa - a nord di Dakar, scattata nel 2004

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